Il sei aprile 2009, una mattina come altre quando la primavera descrive il Bel Paese con pennellate di fresco ed un’umida nebbiolina da una parte, ed il caldo sole del sud dall’altra. Una mattina tranquilla ma che sveglia il mondo con un cattivo sapore in bocca …
Gli orientali descrivono le prime ore del mattino, quelle che precedono abbondantemente l’alba, come “il tempo del polmone”, il tempo in cui tutto ciò che è vivente accoglie in se l’energia del creato con il primo respiro del nuovo giorno. Quella notte Madre Terra ha respirato, forte, con vigore distruttivo, con noncurante possanza, proprio dal suo addome, come ignara delle conseguenze che sulle sue creature questo mantice formidabile avrebbe procurato.
E quando il resto del paese dormiva, quando pochi iniziavano il loro turno di lavoro, gli studenti crollavano sui libri alla vigilia di un esame, quando la notte brava accompagnava alle loro case giovanotti e viveur, quando i medici del turno di notte al pronto soccorso speravano che questa passasse serena ed i poliziotti giravano lentamente nelle auto di ronda … in un punto preciso della terra, “Lei” ha iniziato a danzare una danza mortale, devastante ed ininterrotta, concedendo ai cuori il terrore del panico, delle ferite, delle ossa che scricchiolano e della morte, chiudendo i corpi in prigioni fatte delle stesse case che fino a qualche istante prima delle tre e trentadue minuti erano il caldo focolare domestico, la dolce alcova, la sicura fortezza e che alcuni minuti dopo le tre e trentadue erano delle fauci aggrovigliate e cieche.
La morte ha accolto molti, troppi, tanto che ci si chiede se il destino è davvero scritto per ognuno in maniera diversa, o se tanti sono la semplice parte dell’unità. Quanto cattivo sapore in bocca quella mattina, quando una così grande “parte di noi” si era spenta soffrendo ed altrettanta lottava per sopravvivere, contando ogni secondo nel buio dei loro nascondigli, prima che picconi ed asce fiutassero la vita e la premiassero con la luce del sole. E per fortuna non faceva tanto freddo.
Ognuno di quegli esseri viventi gridava e richiamava all’appello in ciascuno di noi esseri umani fortunati (?), ogni energia residua ed il frustrante bisogno di spenderla, fino all’ultima goccia, per i fratelli che avevano danzato con la terra quella mattina del 6 di aprile. I Volontari, della Protezione Civile, dell’Esercito, delle forze di polizia e delle Armi sostenevano i Vigili del Fuoco, trattenendo il pianto e cercando il sorriso da donare a quei volti sfiniti. Subito dopo gli artigiani costruirono servizi ed oggetti da offrire a chi non aveva più nulla. I commercianti non calcolavano gli interessi ed i guadagni quando è stato il momento di inviare le loro mercanzie a chi non poteva più acquistarle. E i Medici, e i Religiosi .. Ogni persona ha socchiuso gli occhi ed ha cercato in fondo a se stessa il proprio dono.
C’è un gruppo di persone che ha studiato e studia il miglior modo per comunicare utilizzando il mezzo più antico, il linguaggio universale e comprensibile in ogni punto del globo: il toccare.
Ci siamo chiesti, alcuni con ansia e timore di inadeguatezza, altri alimentando il dubbio che non servisse a nulla, se non fosse una buona idea afferrare i nostri pollici, i palmi delle nostre mani, i nostri cuori ad essi fortemente connessi per “deformazione professionale”, prendere il nostro coraggio, la nostra consapevolezza ed il nostro amore e portarli in quei posti dove pareva che l’amore fosse morto con i tanti che oggi sono sepolti, con le ferite profonde e con le speranze deboli..
“NON PER UNO O DUE GIORNI”- gridò uno di noi con rabbia “NON AVREBBE SENSO” – ed un altro –“ bene, siamo forti e tanti.. offriamo noi stessi fino a che questa gente non ci dica :”grazie, non abbiamo bisogno di voi né di tutti gli altri; siamo forti di nuovo..” – E con tanta paura abbiamo detto “Si”.
Non per tre giorni o per dieci, non con un furgoncino attrezzato o in un bel gazebo.. abbiamo chiesto un buco, che non fosse tolto a qualcuno che potesse averne più bisogno, abbiamo chiesto un po’ d’acqua ed una stufetta, se questi beni pregiati non fossero per diritto di un bimbo senza la sua mamma o di un anziano che ne ha già viste tante nella sua vita, troppe ormai.
Ci hanno dato una stanzetta, piccola ma che odorava di cuore. È lì che dormiamo la notte dal mese di Novembre dello scorso 2009. È lì che spalanchiamo le finestre al mattino per cancellare i resti del sonno. È lì che offriamo noi stessi con il sorriso ad ogni persona umana che lì non viene in cerca di una casa, non cerca il cibo migliore di quello che troverebbe nelle tensostrutture adibite allo scopo, non cerca una terapia che con amore ippocratico viene donata da chi conosce la scienza della vita.
Delle sigle sono ricamate nelle nostre tshirt, acronimi che indicano il desiderio di organizzarci in gruppi che parlino di noi, che sostengano il comune desiderio di costruirci una professione il cui nome venga riconosciuto ed apprezzato.
Ed intanto siamo in Abruzzo, ci siamo e ci resteremo fino a che ci vorranno. Per un po’ di cibo e un giaciglio offriremo il meglio del meglio di noi stessi, con compassionevole distacco, con l’amore del cuore e della mente, con le nostre mani che hanno la forza del nostro grembo. Lo faremo per ore e per giorni perché crediamo che la malta che lega i mattoni delle nuove case di Onna, di Pizzoli, dell’Aquila e delle decine di frazioni che stanno costruendo la normalità, questa malta ha bisogno del soffio del cuore per legare e divenire indistruttibile a qualunque terremoto.
Siamo individui e ci chiamiamo: Flavia, Paola, Silvia, Serena, Monica, Donata, Patrizia, Tiziana, Adelina, Elena, Viviana, Gianni, Cristina, Daniele, Giovanna, Raffaella, Cinzia, Marta, Paolo, Alfredo, Roberta, Carlo, Marcello, Maurizio, Giampiero, Endrio, Marilisa, Alessandra, Francesco, Paolo, Franco, Margherita, Federica, Elisabetta, Alessandro, Luca, Letizia, Alfredo, Claudia, Valentina, Stefania, Sergio, Mariangela, Gabriella, Marika, Stefania, Marco, Stefania, Paola, Giovanna, Raffaele, Cristina, Fabrizio, Massimo, Barbara, Danilo, Armando, Carlotta, Luciano, Fabio, Nadia…
Questi nomi sono quelli di alcuni di noi che sono andati ad offrire trattamenti shiatsu alle persone dell’Abruzzo. Sono pochi nomi per tanti di noi, e grazie all’amministrazione saggia ed attenta del comune di Pizzoli e all’infinito sostegno della Protezione Civile, abbiamo potuto lavorare con e per le persone, che non sapevano nulla di noi, che guardavano deluse le nostre mani vuote e ci cercavano, poi, per avere di nuovo quel “nulla” che offrivamo.
Così le macerie tornano a chiamarsi terra e sassi, i morti sono i maestri della memoria dei sopravvissuti, e la terra tremerà ancora, come il nostro ego che tra timori, lacrime ingoiate e mani tremanti, china il capo all’umile consapevolezza di “servire”.




